DIAVOLI

Vorrei parlarvi dei primi due episodi di “Diavoli”.

All’inizio non capisci niente.
Poi arrivano Dempsey e Borghi e capisci ancora meno.
Nella serie tutti capiscono tutto di tutti ma tu stai ancora fermo a pensare “ma che significa shortare?”.

La trama si infittisce ma ancora non hai capito ‘sto shortare che è.
Ma poi che vuoi capirci di finanza se già in economia domestica, dopo 300 euro in più sulla bolletta della luce per ostinarti a fare il pane che pare catrame, hai fallito?
La puntata va avanti ma tu fai fatica a stargli dietro come Bobo Vieri dietro a un pallone dopo che si è mangiato la trippa (anche a stomaco vuoto in realtà), come un uomo al centro commerciale dietro la moglie o come Borrelli dietro al numero dei contagi da coronavirus.

Finisce anche il secondo episodio.
Non ci hai capito un cazzo, soprattutto di shortare ma almeno ci sono Borghi (che doppiato è un colpo al cuore come la carbonara con la panna) e Dempsey che fanno i diavoli, vestiti da Dio.

1992

Non amo le serie tv ma in questi giorni di forzata convivenza con: il divano, Sky e Netflix ho guardato “1992”, ideato da Stefano Accorsi.

Così ho capito che in quell’anno si scopa.

Poi succedono delle cose e si scopa.

Tra una cosa e l’altra si scopa.

Se non succede niente, si scopa.

Per dormire si contano le pecore della Leone e per contare le scopate si contano le pecore addomesticate da Accorsi.

Ad un certo punto ti viene il dubbio che si tratti di un documentario sui pastori sardi.

Poi, dopo 10 episodi, la serie finisce e tutti hanno scopato.

Così ripenserete alla vostra vita sessuale e capirete tante cose, soprattutto che Stefano Accorsi su quella non ha avuto ancora un’idea.

Quando speri ne La dea fortuna ma hai Saturno contro. Io

ATTENZIONE! Potrebbe contenere tracce di spoiler.

Roma, cibo, terrazze, Serra Yilmaz, Accorsi.

Sono gli ingredienti già collaudati, come il cenone di Natale dalla nonna, che si ripete ormai da 30 anni, del film di Ozpetek. Se non fosse che mentre la nonna, quest’anno ha deciso di stupire tutti con un ingrediente a sorpresa, il fico, da inserire in ogni portata, il regista turco sfida il trasudare testosterone del fico Edoardo Leo, trasformandolo in un idraulico gay.

La sfida poteva sembrare azzardata quasi come chiedere a San Giuseppe di fare la Madonna, a Bruce Springsteen di cantare le canzoni di Cristina D’Avena, a Berlusconi di flirtare con Rocco Siffredi…ma il miracolo accade (per chi avesse visto “Diciotto anni dopo” sa che l’attore romano con i “miracoli” è avvezzo).

Edoardo Leo riesce ad essere più credibile di Renzi quando dice di essere di sinistra; di Cannavacciuolo che parla di dieta; di tutti noi che cerchiamo di fingere, dopo settimane estenuanti di prove davanti allo specchio, apprezzamenti di fronte alla solita confezione dei Tesori che ci viene regalata o meglio tramandata di generazione in generazione la notte di Natale; e ancora più credibile di mia cugina che finge di amare il manzo pur essendo vegana, per non dispiacere la nonna.

Superbo Leo!

Andiamo al film.

È la storia d’amore di due persone che, dopo 15 anni, si trovano ad affrontare una crisi come qualsiasi persona all’ultima portata di un matrimonio al sud. Per loro fortuna arrivano Buscopan e Gaviscon, con le sembianze di bambini (bravi anche loro), a salvarli.

Il film risulta surreale sin dalle prime scene:

1)Dove si sono mai visti dei vicini di casa così affiatati ché io, per uscire di casa, controllo, come se fossi una ricercata con una taglia sulla mia testa, che non ci sia nessuno per le scale?

2)Se io chiamo un idraulico, attingendo dalle stesse pagine bianche di Ozpetek, nella migliore delle ipotesi, mi arriva un tizio con le sembianze di Mario Bross e le movenze di Cristiano Malgioglio.

Ma andiamo avanti.

I due protagonisti sono consapevoli di farsi le corna a vicenda e reagiscono con la stessa calma di chi scopre di avere le doppie punte.

Ma io ti riduco a pezzettini e ti metto nel ragù della nonna! Ti sbatto come il pandoro senza ricoprirti di zucchero ma di insulti e ti azzanno.

Due donne si azzuffano se una frega all’altra, durante i saldi da Zara, l’ultimo maglioncino color ocra che sa che non metterà mai e ad Edoardo Leo non si scompone nemmeno il ciuffo.

Arriva la Trinca.

Chi di noi non ha riconosciuto nello sguardo di Accorsi (che finalmente in questo film ha smesso di ansimare che manco Siffredi in tutta la sua carriera e recita in modo lodevole) quello che ognuno di noi fa alla vista della suocera?

“Potevi dirmelo che sarebbe venuta e ci avrebbe mollato: i gatti, le piante e il nonno per andare a una gita organizzata dall’Inps!”. La situazione della Trinca è molto più triste e complicata ma il senso è lo stesso.

Anche il baffo di Accorsi ha un cedimento in quel momento.

La scena più credibile è quella dei compiti, durante la quale il ciuffo di Leo e il baffo di Accorsi tremano.

Chi ha cercato di aiutare dei bambini tra i 6 e 10 anni (dopo si fingono tutti morti) è andato in crisi come Di Maio quando si parla di politica estera, mia nonna quando deve preparare un piatto vegano, un cliente alla Lidl quando non vede un prezzo con scritto €9,99.

Il film da drammatico si trasforma in fantascienza quando i due protagonisti, dopo un viaggio (di dispiacere) in Sicilia, nonostante la pasta al forno, ritornano più magri di quando sono partiti.

Dopo quasi due ore, il film arriva al suo epilogo.

Esci dal cinema, vai a casa e vieni assalita dalla voglia di distruggere tutti i lavandini, la lavastoviglie e la lavatrice nella speranza che arrivi Edoardo Leo a ripararli ma tu non hai “La dea fortuna” dalla tua parte ma “Saturno Contro”.

A parte gli scherzi, è un film che va visto: per il soggetto, la sceneggiatura, i primi piani, le musiche, gli interpreti (bambini inclusi) straordinari.

Natale, che palle!

Impazienti come un condannato a pena detentiva che va a mignotte dopo aver scontato la sua pena, così anche voi avete deciso di tirarlo fuori prima del previsto…l’albero di Natale, ovviamente.

Dopo essere stato, per 12 mesi, imballato in uno scatolone o immobilizzato in un lungo e stretto sacco nero ricoperto di scotch (da farvi venire il dubbio se ci fosse avvolto l’albero o il cadavere di Piero Fassino; solo che al primo qualche palla è rimasta attaccata, al secondo sono cadute tutte), ritorna a fare la sua apparizione, in condizioni sempre peggiori di anno in anno e rimaneggiato (no, non sto parlando del Governo): l’albero di Natale.

All’inizio, carica di entusiasmo, stai attenta ai colori, alle luci, ai dettagli…poi, tra il cane che ha trovato un posto appartato ma illuminato dove pisciare, il gatto che si attacca alle luci perché stanco di questa vita e ancora ne ha altre 6, i figli che dopo il latte si mangiano le palle per farsi la bocca, la domestica che gli si avvicina con la leggiadria di Rino Gattuso dei tempi d’oro… te lo ritrovi dimezzato come l’elettorato grillino.

Per coprire i buchi gli fai il riporto, tiri di qua e tiri di là che manco il chirurgo plastico della Bernini, gli attacchi di tutto, pure le palle di tuo marito se non le ha ancora perse dopo aver saputo che passerà il Natale dalla suocera e lo “attacchi” al muro per non far vedere che dietro è più nudo di un’aspirante fashion blogger su Instagram.

Le luci ormai sono intermittenti perché si stanno fulminando e così, per illuminarlo, lo metti accanto al televisore, sintonizzato su Paola Ferrari; almeno ti senti meno coglione nel pagare il canone Rai.

E infine lui: il puntale.

Dopo averlo posizionato, tutti devono trattenere il respiro fino al 6 gennaio e camminare con la stessa disinvoltura di Mattarella dopo una colonscopia.

E vogliamo parlare del presepe?

Dopo anni e anni non è più un presepe ma una soap opera. È “Un posto al sole” di Betlemme.

Ci sono i fedelissimi e quelli che vanno via perché azzoppati dopo l’ultimo imballaggio o mozzicati dallo stesso cane che piscia sotto l’albero.

Ogni anno, ti tocca rimpiazzarli prima che la pecorella che cade ogni 5 minuti (se tutte le vostre pecore si reggono bene, avete studiato come si posizionano da Rocco Siffredi) si accorga che il pastore è cambiato o che le anatre si accorgano che quelli sono fenicotteri rosa di ritorno da Ibiza e Formentera e che non sono sotto l’effetto del muschio.

Da novembre parte il calcio mercato del presepe: prendi a calci tuo marito per aiutarti a ricompattare la squadra, spendendo quanto la Juve per accalappiarsi Ronaldo o, per i nostalgici interisti, quanto Moratti durante tutta la sua presidenza. Per risparmiare, compri San Giuseppe e Maria dai cinesi e, come Moratti, gli cambi il passaporto e, infine, per rendere Gesù bambino credibile come “loro” figlio, evitando che pure i Re Magi lo prendano per il culo, spostando l’attenzione dai loro regali di merda che manco tua zia di settimo grado, metti al posto del bambinello, la figurina di Alvaro Recoba.

Adesso il Natale può avere inizio mentre Michael Bublé intona “All I Want Fol Chlistmas Us You”, anche lui, ovviamente, rigorosamente Made in Cina.

La difficile vita delle donne di Muccino e Ozpetek

Depressa, triste, insoddisfatta, isterica… no, non è il curriculum di Laura Morante (non si sa se sono nati prima gli ansiolitici o Laura Morante) ma è la donna nei film di maggior successo di Muccino ed Ozpetek.

Nel caso di Muccino, non ti devi chiedere “Perché?” ma devi chiederti “Con chi il marito le ha fatto le corna?”. E non è una cosa che rimane tra quattro mura perché la cornuta di turno urla (la sentono pure sul set di Ozpetek dove tutti, pur di non aver a che fare con donne isteriche, si trasformano in gay) come un ultras durante la finale di Champions o Carletto Mazzone dopo il 90esimo minuto di Brescia-Atalanta.

Sbraita, piange, si dispere, urla, urla, urla…per qualsiasi motivo: non trova la sua taglia da Zara, gli sono cresciute le doppie punte, scopre che il marito è gay nel film di Ozpetek…ma alla fine ritorna al punto di partenza (un po’ come me sulla bilancia, dopo 7 giorni in Sicilia durante le feste, nonostante i 4 mesi di dieta): cornuta e infelice (magari non sono le ossa grosse ma le corna che pesano).

Io che non piansi nemmeno subito dopo essere nata, nonostante gli scappellotti del ginecologo (tanto da far pensare a mia mamma, famosa per la sua proverbiale ansia, di avermi messa al mondo morta) ma emisi un disperato pianto al primo senso di fame (e continuo a piangere anche adesso al primo sentore di dieta), immagino la mia vita come in un film di Ozpetek, nel quale si mangia sempre e i migliori sono gay.

Tavolate, pasta al forno, peperoni, caponate, arancine, cannoli, cassate… e gay.

Se nel raggio d’ azione c’è un tipo: bello, gentile e simpatico, in grado di dire parole dolci e carine, possiamo stare certi che sa tutte le canzoni della Carrà ed è gay.

“Perché sono sempre i migliori quelli che se ne vanno…nell’altra sponda?” E, soprattutto, “Perché anche le donne di Ozpetek hanno lo stesso DNA di Laura Morante?”.

Ecco a voi la risposta!

Il regista turco “costringe” al “veganesimo” le attrici femminili in un mondo di “manzi”.

Te credo che poi l’attrice è frustrata! Tutto quel ben di Dio e non poterlo assaggiare!

Immaginatevi un’attrice scritturata per un film di Ozpetek.

Prima di leggere il copione, la notte fantastica su: Accorsi (ché tanto ci sta sempre come i tortellini nel brodo e che continua a fare suo quel: “du gust is megl che uan”: tra Muccino e Ozpetek si fa andare bene tutto pur di non restare a digiuno), Argentero, Favino, Preziosi, Scamarcio, Leo (più desiderato dei Nutella Bisquits, in grado di far bisquirtare una donna con un solo sguardo; è l’ultimo tra le “vittime” del “gayerzanesimo” che trasforma tutti gli androgeni in estrogeni) ma arrivata sul set, si ritrova a limonare con un piatto di menemen o, nella migliore delle ipotesi con una parmigiana di melanzane. Non le si può nemmeno dire:”Attaccati al cazzo!”.

E te credo che il ruolo da donna triste e insoddisfatta lo abbia interpretato egregiamente!

Intanto, il 19 dicembre tutti al cinema a vedere “La dea Fortuna” di Ozpetek anche per godere, da lontano come le interpreti femminili, di Accorsi e Leo.

E se nel frattempo sentirete urlare, non preoccupatevi! Sono le attrici di Muccino che si preparano ad uscire il 13 febbraio.

Per questo post e per i film di Muccino e Ozpetek, ricordiamo che, non sono stati maltrattati: uomini, donne, gay e soprattutto Laura Morante.

Terzanota chi?

Dopo che per nove mesi i miei genitori furono convinti che sarebbe venuto al mondo Cesare, nacque, in una fredda mattina di fine inverno e con dieci giorni di ritardo perché non trovava nulla da mettere, Miriam.

Sarei potuta nascere con la sindrome di Lady Oscar e invece sono crescita con quella di Peter Pan e Nutella.

Sin da bambina ero sempre in procinto di fare danni, sicché mia mamma ha iniziato a chiamarmi Mi, con la speranza di salvarmi giusto in tempo, quasi come se temesse che quel “riam” mi facesse perdere anche un posto in paradiso.

Per ribellarmi alla pigrizia dei dimunuitivi, ho trasformato quel Mi in Terzanota, almeno suona meglio.

Figlia unica ma non essendomi mai rassegnata al fatto di essere tale, ho fatto nascere le mie molteplici personalità (nata sotto il segno dei pesci con ascendente gemelli). La mia testa è così diventata la sede delle: riunioni di condominio, degli accordi tra i membri del PD, degli scontri tra ultras della curva nord e sud… A volte, vorrei prendere una pausa da me stessa, non pensare a niente, non capire niente, vivere in un mondo di unicorni e tunnel del Brennero…insomma, mi basterebbe essere Toninelli.

In questi anni di forzata convivenza con me stessa, non sono ancora riuscita a prendermi le misure (spero di avere almeno una 90 di cervello perché sono troppo pigra per tonificare il culo e togliere la scritta “poltrone e sofà” che mi si è attaccata come un tatuaggio indelebile).

Nata e cresciuta in Sicilia. Forse non mi andava bene nemmeno questo perché non si capisce come io abbia sviluppato, all’età di 9 anni, uno strano accento del nord, diventando il disonore di tutta la famiglia.

Ovunque vada, tutti mi dicono: “ma tu non sei di qui”, e forse è vero, forse devo ancora trovarlo il mio “posto nel mondo”.

Considerata la mia abilità nel rigirare le frittate, tranne che in cucina e non potendo competere con Cracco, mi sono laureata in giurisprudenza ma è stato un incidente di percorso che ha stroncato sul nascere una mia possibile ascesa in politica.

Alterno momenti in cui do ossigeno al mio cervello a momenti in cui “lo ossigeno”, pensando come una bionda.

Amo lo shopping come tutte le donne e mi agito davanti a una partita come un uomo. Forse sono un uomo intrappolato nel corpo di una donna.

Ho imparato ad essere ironica ed autoironica, per legittima difesa, quando ho capito che era l’unico modo per proteggere la mia timidezza e la mia vita privata.

Da allora nessuno si è accorto della mia timidezza e a nessuno ho risposto seriamente sulla mia vita privata. Che poi la gente non capisca un cazzo ugualmente è un altro discorso.

Sono un concentrato di contraddizioni.

Sono la protagonista di tutti i miei film mentali, sto solamente aspettando il giusto colpo di scena da inserire nel finale.

Vi condanno a essere marito e moglie!

Il matrimonio è una promessa di sopportazione reciproca a tempo indeterminato, salvo licenziamento con o senza giusta causa.

È il posto fisso da impiegato sentimentale nella vita di qualcun altro.

Niente più attese per una telefonata o un messaggio (l’ultimo cita: “Se vieni, non dimenticarti di portare il pane” e, dopo qualche mese, si è dimenticato di venire pure lui, in tutti i sensi). Una volta “assunto” eccoti rilassato, come il tuo addome, sul divano.

E pensare che il primo tutorial sul matrimonio ce lo abbiano mostrato i nostri genitori; il problema è che solo dopo scopri che non c’era un problema di audio ma di dialogo.

L’ossessione per la doppia spunta blu, lascia il posto alla pillola blu. Il sesso si continua a fare sul divano, come ai vecchi tempi ma ognuno con il proprio partner virtuale, dall’altro lato del telefono. L’ultimo orgasmo reciproco si è raggiunto quando è arrivata la bolletta con scritto “non c’è niente da pagare”.

Mentre nella fase dell’innamoramento perdi 10/10, dopo il matrimonio hai la vista che pare un telescopio, con la quale di cadente non vedi le stelle ma ben altro.

Niente più corteggiamenti ma scoraggiamenti.

Si passa dallo stato celibe, allo stato bradipo, dalla femme fatale alla noia mortale.

Il matrimonio non serve più a legittimare i figli ma: la mancanza di attenzione reciproca, la noia biposto, i mal di testa, le pantofole, i rutti, lo sciopero a oltranza dell’estetista e i bigodini. 

I parenti diventano merce di scambio, di contrattazione (“Se il 24 dicembre siamo con i tuoi, allora il 25 e il 26 dobbiamo passarlo con i miei”) o armi di distruzioni di privacy di coppia (“mia madre verrà a stare qualche giorno da noi; il tempo di sistemare il soffitto e alzare una parete”.  E così scopri che la suocera non ha un soffitto ma la Cappella Sistina, non deve erigere un muro di cartongesso ma la muraglia cinese). Prima del sì, ti illudi di mettere, ogni giorno, in scena la famiglia del Mulino Bianco, dopo capisci che Forum è più nelle vostre corde.

“Il matrimonio fa male”, direbbe Salvini dopo una sentenza di divorzio, soprattutto agli uomini. Credete sia un caso che si parli di casa di Barbie e non di casa di Ken? Sin da piccoli, cari uomini, vi trasmettono più segnali che valori, peccato che siate troppo presi dallo spogliare Barbie per coglierli.

Si dice che il matrimonio sia la tomba dell’amore e non è un caso che le persone che s’incontrano a un matrimonio sono le stesse che si incontrano ai funerali.

Il matrimonio non è un sacramento, è una penitenza, un sacrificio…ecco perché i rapporti di coppia sono spesso formati da più persone (lui, lei, l’altro, l’altra, l’altra, l’altra, l’altra…); è difficile sopportare questo peso solo in due.

E allora assumiamoci a tempo determinato con quella costante “paura” di essere messi da parte dopo 6 mesi e la voglia di dimostrare di essere insostituibili.

Non disperate! Prima o poi, l’amore ritornerà, magari c’è stata solo una piccola flessione che vostro marito ha voluto anche rappresentarvi fisicamente. E così vi ritroverete a riscrivere messaggi d’amore dopo che avrete portato il pane al vostro partner.

Dieci regole per dimenticare

Charlie Chaplin diceva che:”Ci vuole un minuto per notare una persona speciale, un’ora per apprezzarla, un giorno per volerle bene, tutta una vita per dimenticarla”.

Quindi, a meno che voi non siate gatti, con la possibilità di rifarvi con le altre sei vite, o Pamela Prati alla quale basta smettere di inventare l’uomo perfetto (cosa che fanno tutte le mogli dopo il sì) siete fottuti.

“Se mi lasci ti cancello” titolava un noto film del 2004 con Jim Carrey e Kate Winslet.

È possile?

Che cosa fare?

Il consiglio più inflazionato e inutile che possiate sentirvi dire sarà: “Non pensarci!”. Facile, no?! “Col cazzo!” sarà la risposta altrettanto inflazionata ma utile che vi troverete a dare.

E allora andiamo sul web alla ricerca di quei bei decaloghi fatti di regole, sulla cosa fare e sulla cosa da non fare, che garantiscono miracoli con la stessa possibilità di successo che ha il nostro corpo di modellarsi spalmando contemporaneamente Somatoline sul culo e Nutella sul pane, che ha la piattaforma Rousseau di cambiare le sorti del Governo, che ha un uomo di vedersi riconosciuta la ragione da una donna, che ha il Papa di rimanere chiuso in ascensore (ah no! Questo è successo veramente).

Ecco il decalogo:

1) Non pensarci (l’evergreen. L’Al Bano delle sofferenze amorose. Quando vi accorgerete che non funziona, urlerete come lui davanti all’ennesimo scosciamento della Lecciso).

2) Bloccalo/a sui social (salvo poi crearti, dopo due soli minuti, un account fake per ritornare a seguirlo/a). Abbiate almeno il buon senso di non scegliere come foto profilo un modello da copertina, luccicante d’olio come una patatina del McDonald’s, quello con lo sguardo tenebroso ma che in realtà ha gli occhi socchiusi perché sta cercando di decifrare l’estratto conto, quello con la bocca socchiusa che pare gli abbiamo aperto qualcos’altro (sempre dopo la lettura del saldo)…perché sarete beccati al primo like. Donne, voi potete scegliere un culo qualsiasi, non si faranno problemi ad accettarvi tra le loro amicizie.

3) Non incontrarlo. A meno che non vogliate: rinchiudervi in qualche convento, fare compagnia al Papa emerito (che per sicurezza non prende l’ascensore ma fa le scale), andare alla Leopolda (non è Renzi quello che volete dimenticare, giusto?!)…lo incontrerete nel giorno in cui sarete meno presentabili di Cristiano Malgioglio dopo un mese all’Isola dei Famosi o di Salvini dopo una serata al Papeete o di Berlusconi dopo essersi fatto bello.

Ve lo ritroverete ovunque. Accendendo la radio, aprendo la borsa (sarà lì con tutti gli accendini persi da quando avete iniziato a fumare), alzando la tavoletta del water (magari dopo aver preso consapevolezza che si tratta di uno stronzo)…

4) Liberati di ciò che ti ricorda lui/lei. Se non siete Dio che si è rotto il cazzo del mondo e decide di eliminare tutto e tutti, la vedo dura. Già v’immagino prendere a sprangate l’insegna del ristorante dove vi ha portato la prima volta, staccare gli specchietti da tutte le auto dello stesso colore di quella dell’innominabile (per noi donne, le macchine si distinguono per colore, e basta), imbavagliare la vicina di ombrellone che chiama ininterrottamente, il figlio “Ermenegildo”. “Ermenegildo, non correre!”, “Ermenegildo non fare il bagno ché hai mangiato!”, “Ermenegildooooooooooo”… Perché se fino a quel momento, e prima di LUI, non avevate mai sentito quel nome, adesso non udirete che quello e solo quello. Tutti questi Ermenegildo, dove stavano nascosti? Ci sarà stato, di certo, un gruppo di Ermenegildo anonimi che hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto proprio adesso.

Per il resto, sorvoliamo sulla Vuitton, le Louboutin o le Jimmy Choo che ci ha regalato perché i bei momenti vanno ricordati.

5) Circondati dei tuoi familiari.

6) Fai sport.

7) Segui una dieta.

Adesso qualcuno mi spieghi questi tre punti! Non stiamo già soffrendo abbastanza? La nostra vita non è ancora al livello “maiunagioia” pro? Evitiamo: parenti, dieta e sport come si evitano i canditi a Natale e dovremmo ricorrere a tutto ciò proprio adesso?! Siamo tristi, non coglioni!

8)Ubriacati.

9)Ubriacati.

10)Ubriacati.

Sbronza passata? Siete riusciti a non pensarci per una frazione di secondo? Niente male! Siete sulla buona strada, anche se le Louboutin non sono poi così comode.

Adesso fate un bel respiro. Ricordatevi che passerà e che ve ne renderete conto quando vi ritroverete nuovamente al punto uno, nel tentativo di dimenticane un altro.

IL PRANZO DELLA DOMENICA

Un proverbio cinese dice che mangiare sia uno dei quattro scopi della vita.

Un proverbio italiano dice che i primi tre scopi della vita, del proverbio cinese, ce li siamo mangiati.

 

Perché, diciamoci la verità! Ciò che unisce noi italiani è il CIBO.

Le storie d’amore nascono con: “Ti porto a cena fuori”, e finiscono con: “Ti porto dal dietologo!”.

Cominciano davanti a una carbonara e finiscono fissando un brodino.

La tomba dell’amore non è il matrimonio (che comincia con sfarzosi banchetti) è l’inizio della dieta della moglie.

Gli uomini sono talmente comprensivi che passano sopra anche al fatto che la moglie non gliela dia più, ma la pasta, quella, la moglie gliela deve dare.

 

Si tratta però di un problema tutto italiano.

Gli americani, ad esempio, si danno appuntamento per un caffè (che fa, tra le altre cose, cagare). Noi al caffè ci arriviamo quando ci stiamo già sul cazzo.

 

Gli inglesi, sorseggiano thè che, invece, noi beviamo quando siamo costretti, dopo un’intera giornata trascorsa sul wc a espellere, a occhio e croce, il caffè americano.

 

E i cinesi? Ma voi avete mai visto un cinese grasso? È tutto al vapoLe.

Questi non cagano, evaporano.

 

Stesso discorso vale per i giapponesi.

La loro cucina è tutta un riso amaro. “Buono il sushi” ma dopo dieci minuti evapora insieme ai cinesi. Così ti ritrovi a cercare il primo ristorante aperto, di quelli che trasudano grasso sin dall’insegna, con la stessa disperazione di un grillino che cerca affannosamente un accordo col PD. E una volta trovato, dopo aver invocato tutti i santi, ma non il cuore Immacolato di Maria, ti fai andar bene anche la solita minestra.

 

Ma ritorniamo in Italia e soprattutto al sud Italia.

 

Da buona siciliana, vi dico che ciò che ha sempre unito la mia famiglia, sono stati i pranzi della domenica, dalla nonna.

Di quelli che mentre fai colazione e vorresti solamente sentire l’odore del cappuccino, ti guardi a destra e a sinistra per capire se accanto a te ci sono un kebabbaro o uno stigghialoru (e credetemi! Non è una piacevole sensazione) e invece è tua nonna che prepara: polpette, pasta al forno e frigge ciò che gli capita a tiro (chissà che fine ha fatto mio nonno), nel raggio di poche centinaia di migliaia di chilometri da casa tua.

Questi pranzi avevano inizio dopo che io e le mie cugine tornavamo dal catechismo.

(Lasciatemi fare una breve parentesi. Il catechismo la domenica mattina, dopo un’intera settimana trascorsa sui banchi di scuola e soprattutto dopo che anche Dio aveva scelto di riposarsi la domenica era, non solo una contraddizione in termini ma una messa alla prova circa la conoscenza dei nomi di tutti i santi).

Dovevi mangiare tutto ma proprio tutto.

Le portate si alternavano una dietro l’altra, come capigruppo di partito da Mattarella. Anche la tua faccia era come quella di Mattarella: attonita.

Il galateo e gli orientali (che abbiamo capito che non mangiano per non cagare) prevedono che ci si alzi da tavola con un leggero languorino.

Il galateo della nonna prevede che se ci si alza da tavola senza essere pieni come il culo del tacchino, non si rientra nell’asse ereditario.

A fine pranzo, durato quanto tutte le stagioni di Games of Thrones (e ci siamo capiti su quale sia il “thrones” dopo questo pranzo), esci da casa che sembri un merluzzo scappato da un fritto di paranza.

E così la domenica finiva con te svaccata sul divano e il tuo apparato digerente che continuava a lavorare senza sosta come un cinese (oh, stanno sempre in mezzo), intimandoti di ricorrere ai sindacati.

 

Al sud, quindi, se vuoi dimagrire, devi fare la dieta dissociata: ti devi dissociare dalla nonna!

Qualsiasi problema tu abbia, qualsiasi malessere tu avverta…DEVI MANGIARE!

Stai male? È debolezza, mangia!

Stai male per intossicazione alimentare? Mangia perché hai vomitato e sei debole.

Sei a Dieta? Mangia che ti passa!

Sei Dio? Dopo tutto quello che hai creato, sei sciupato, mangia!

NON LASCIATE ALCUN MESSAGGIO VOI CH’ENTRATE!

L’uomo sarà anche andato sulla luna ma il suo territorio di conquista sono i social. Per essere più precisi, la parte più nascosta dei social: i messaggi privati.

Ogni volta che ti si illumina il telefono, ti si spegne la speranza nel genere umano.

Tu pensi di aprire un semplice messaggio e invece ti ritrovi catapultato in un universo parallelo, dove il virtuale lascia il posto al paranormale.

Nemmeno Alberto Angela ha ancora avuto il coraggio di spingersi oltre i confini del “visualizzato, schedato, segnalato e bloccato”.

I messaggi privati racchiudono più patologie di un centro d’igiene mentale, più segreti del ragù della nonna, più pettegolezzi di un giornale di Signorini, più maledizioni (se non rispondi) della tomba di Tutankhamon.

Tralasciando gli sms che manco mia nonna, quella del ragù, ormai utilizza; nonostante le compagnie telefoniche continuino a offrirli (“100 sms dal lunedì al sabato e 500 la domenica perché col ragù sono la morte sua”) così come una milf appena mollata, in piena crisi ormonale, tonica come una mozzarella di bufala, si offre durante la settimana della moda a Milano…e tralasciando whatsapp perché tu gli hai dato il numero e chi è causa del suo mal, pianga se stesso…

Il vero pianeta non sufficientemente esplorato è quello della messaggistica social.

Capitolo a parte merita Telegram, la democrazia cristiana dei messaggi.

Si colloca tra i due mondi, per non fare un torto a nessuno. È simile a whatsapp perché serve il numero di telefono per essere disturbato ma è anche simile a messenger, ai direct di instagram…perché puoi ricevere rotture di coglioni sulla base del nickname.

Così capita che mentre sei tranquillo per i fatti tuoi, hai bloccato tutti i gruppi e tutti i contatti, talmente “bloccato” che ti sembra di stare sul grande raccordo anulare all’orario di punta… ti arriva su telegram questo messaggio: “Ti ho trovata!”. Ti sale la stessa ansia di quando tua madre ti beccava a nascondere i cocci del vaso sotto il tappeto; di quando il professore faceva il tuo nome il giorno delle interrogazioni e tu non avevi studiato perché stavi ancora a mettere insieme i cocci con la speranza, nel frattempo, che ti chiamasse Magalli per farti vincere il vaso cinese; di quando dai il tuo smartphone per far vedere una foto e ti passano in rassegna pure quelle della prima comunione (le uniche dove non sei, con la bocca a culo di gallina, a farti i selfie in bagno)…

Ti senti impotente come Rocco Siffredi a fine carriera, messo a nudo come Cicciolina durante una scena senza dialogo…

So di un certo Messina Denaro che rispose con: “Minchia! Mi truvaru!” e di uno che si affidò ai “pizzini” ma fu trovato lo stesso. Questa però è un’altra storia.

Torniamo ai messaggi social.

Se è vero che l’uomo continua a inviare sonde senza equipaggio su Marte, è anche vero che continua a inviare minchiate senza senso o minchie senza speranza (secondo il tipo d’interesse) in privato.

Molti di questi messaggi (NON TUTTI) sono più inopportuni di un brufolo al primo appuntamento, più invadenti di una visita dal ginecologo o dal proctologo, sono fatti della stessa sostanza dei dialoghi di un film di Cicciolina: di nulla.

Il più delle volte, sono fatti di manine che ti salutano e ti chiedi: “Ma Antonio Di Pietro che fine ha fatto?

“Di dove sei?”. E magari tra le informazioni hai addirittura inserito il nome della clinica in cui sei nata e tutte le città in cui hai, via via, vissuto che manco il giro d’Italia è così dettagliato.

“Che fai?”, “Quando vai in ferie?”, “Hai finito di lavorare?”… e il dubbio che possa celarsi, dietro l’account di un surfista australiano, il tuo datore di lavoro inizia a farsi concreta.

“Sei fidanzata?”. In questo caso hai due ipotesi: dire “no”, consapevole che la probabilità di veder finire questa conversazione è pari a quella di vedere l’ultima puntata di Beautiful; o dire “sì”. I più temerari continueranno (quelli nati negli anni ’80 a salire, solo dopo aver fatto la battuta “ma io non sono geloso”), gli altri desisteranno. Poi ci sono io che ho anche la terza opzione: “Sono siciliana”, e allora spariscono come quel tale beccato su telegram.

Vorrei però sfatare una leggenda metropolitana. Io non ho mai ricevuto un messaggio porno (non iniziate proprio adesso).

A volte, non capisco se è una tecnica per rimorchiare o mi avete scambiata per un ufficio di collocamento.

Io ricevo proposte di lavoro (più o meno, soprattutto meno, plausibili) e richieste di raccomandazioni per far parte del mondo dello spettacolo.

Adesso dico a te, proprio a te che mi hai scritto dicendomi che vorresti fare l’attore e di aiutarti.

Caro ragazzo, io ho partecipato solo alle riprese della mia prima comunione, in cui eravamo tutti vestiti di bianco e non sono nemmeno tanto sicura di essere io quella inquadrata, posso parlare al massimo col sagrestano e col prete, magari con un’Ave Maria e un Padre Nostro riusciamo a fare il miracolo.