Metà donna e metà Pan di Spagna

Dopo i trenta, a noi donne, la mutua dovrebbe passare: bava di lumaca, acido ialuronico e il numero di un chirurgo o di uno psicologo.

Ci sono giornate in cui non sappiamo se abbiamo a terra il culo o l’umore e solitamente il crollo del primo, determina il crollo dell’altro. Non è detto che succeda anche viceversa.

Davanti alla Somatoline siamo come Paolo Brosio a Međugorje: speriamo nel miracolo.

Siamo disposte a provare di tutto: crema giorno, crema notte, crema pomeriggio, crema lifting, crema ristrutturante, rassodante, ringiovanente, crema chantilly…alla fine non sappiamo se andiamo messe in forno o in frigo.

Usiamo più maschere noi di Jim Carrey o Joaquin Phoenix e dopo il terzo strato di fondotinta, potrebbe nascondersi anche Pierfrancesco Favino.

Nel tentativo di combattere la nemica delle donne, che non guarda in faccia nessuno ma al primo accenno il culo te lo guardano tutte: la cellulite, ci sottoponiamo a trattamenti di ogni genere.
Alla fine di una seduta di criolipolisi, non sappiamo se tra le cosce sia rimasto attaccato l’iceberg o aggrappato Di Caprio. L’unica certezza è che la cellulite è ancora ben salda come Rose che vede Di Caprio morire insieme alle nostre speranze.

Stremate e sconfitte, dopo questa guerra, come Napoleone dopo la campagna di Russia, ci accettiamo perché sono finiti i soldi e l’effetto del botox e del filler.

Io, adesso, quando mi guardo allo specchio mi vedo bella. Poi metto le lenti a contatto.

Tra collane e collari

Ho un problema con i pacchi.
Grandi o piccoli che siano mi lasciano sempre delusa.
Solitamente sono i pacchi degli uomini a deludermi!
No, non pensate male!
Le donne solitamente prima di farti un regalo ti studiano, ti osservano, analizzano… gli uomini si accertano solamente che tu abbia le tette e un culo e la loro fatica finisce lì.

Il primo uomo a deludermi fu Babbo Natale quando non mi fece trovare nessun pacco con dentro uno dei regali che avevo elencato su un foglio rosa con un disegno che lo rappresentava.
Il disegno faceva veramente schifo ma non è che puoi vendicarti così alla tua età!

Il pacco peggiore è quello con dentro un profumo. Lo riconosci subito perché puzza di “non sapevo cosa regalarti, che Dior mi aiuti!”.

Io non amo le collane e indovinate qual è stato il primo regalo che ogni uomo mi ha fatto?
Esatto! Una COL-LA-NA!
Ma non lo vedi che non le porto?! Non vedi che sono il Maurizio Costanzo delle collane?! Non vedi che sono lo shar pei cinese dei collier?!

Io però rimango delusa anche quando arriva il corriere Amazon e mi porta quello che avevo ordinato. Scarto quei pacchi quasi con la speranza che mi sia arrivato l’ordine di un altro, magari una collana o un dopobarba, e invece è proprio il mio pacco con quello che avevo accuratamente scelto, cliccato, “aggiungi al carrello”… e via! Delusione.

I pacchi, lo dice il termine stesso, sono una delusione allora meglio le buste dei nonni che non deludono mai.

L’arte ha il potere di far rinascere.

Odio i post intrisi di retorica e compassione ed è per questo che spesso ricorro all’ironia ma scusatemi se oggi non ci riesco.

Sono passati alcuni giorni e tanti ricordi. Avevo bisogno di silenzio e di fare ordine.

Tra le tante cose che mi ha trasmesso mio padre, annovererei: la passione per la giurisprudenza, le ricette segrete per realizzare prelibati primi piatti a base di pesce, il tifo per l’Inter e l’amore per il cinema e il teatro.

La prima passione mi ha sempre consentito di dare un nome e un volto, ogni volta mi trovassi di fronte a beghe lavorative, alla domanda:”Chi me lo ha fatto fare?!”

La seconda mi ha permesso di avere spesso casa piena di commensali che si autoinvitano (N.B. per Conte: ovviamente, prima dell’emanazione di qualsiasi DPCM).

La terza mi ha insegnato che se in amore vince chi fugge, l’Inter non fugge mai e che se nella vita l’importante non è vincere ma partecipare, l’Inter gioca con grande partecipazione.

La quarta mi ha consentito di dirgli “grazie” per avermi educata all’arte, alla cultura, alla bellezza.

A 5 anni il mio piatto preferito era la pasta con il pesce cucinata da papà (soprattutto se con aragosta, astice o scampi).

Fu a 6 anni che andai per la prima volta, con papà, al cinema e a teatro. Da quel giorno e per tanti anni, abbiamo avuto i nostri due appuntamenti fissi settimanali (il giovedì teatro e il venerdì cinema). Non abbiamo mai mancato un solo appuntamento…tranne l’ultimo.

La prima volta che andai a teatro, mio papà mi portò non a vedere ma ad ammirare Gigi Proietti.
Di quello spettacolo forse ero troppo piccola per ricordare qualcosa ma non abbastanza da non rimanere estasiata di fronte a quel palco che mi sembrava piccolo per un uomo che mi appariva come un gigante. E lo era.

Appuntamento dopo appuntamento, quando io non arrivavo più alla tasca del cappotto di papà ma mi avvicinavo sempre di più, anche con l’aiuto dei tacchi, al suo metro e ottantotto, il giorno dopo a teatro ci sarebbe stato Gigi Proietti.

La sera precedente, era mercoledì, mio padre, quasi a volersi far perdonare perché non stava molto bene mi disse: “Domani a pranzo ti cucino la pasta con il pesce e la sera andiamo a teatro a vedere Gigi Proietti”.

Da quel giovedì seguente non mangiai più la pasta preparata da papà, non vidi più Gigi Proietti e non vidi più mio padre.

Oggi ringrazio Gigi Proietti, non solo per quanto ci ha donato ma anche per avermi fatto rivivere mio padre.

I PESCI ROSSI, CELESTINA E NINA.

Da tre anni vivo un una casa dalla quale ho ereditato: un enorme vasca con dei pesci rossi, una gatta bianca dal nome Celestina e Nina.

A distanza di tre anni le cose sono cambiate: i pesci rossi sono morti, Celestina si è suicidata e io non mi sento tanto bene.

E Nina? Chi è Nina?
C’è chi la chiama colf, chi la chiama domestica, chi la chiama donna delle pulizie… io la chiamo: LA PADRONA DI CASA.
Proprio così! Con l’articolo determinativo e tutto maiuscolo.

Nina lavora in questa casa, che sento mia solo quando devo pagare le bollette, da più di trent’anni.

Arriva puntuale ogni lunedì, mercoledì e venerdì mattina e a me tocca trascorrere la domenica, il martedì e il giovedì a pulire e sistemare affinché lei non abbia nulla da ridire. Spesso, penso di non farcela e che sarebbe il caso di chiamare una colf.

Nina, che sembra Heather Parisi mora e con la sciatica, fa tutto quello che non deve fare e non fa nulla di tutto quello che le viene chiesto.
E poi parla, parla, parla… un siciliano talmente stretto che io non capisco, capisco, capisco.
Parla come Montalbano che si è mangiato Don Lurio ma senza cabbasisi. E io sono ai suoi ordini come Catarella.

Di tutti i miei viaggi non ho ricordi ma frammenti. Sì, frammenti!
Lei rompe tutto e poi dice che la colpa è mia perché metto gli oggetti nel posto sbagliato.

Se mi distraggo o mi allontano, anche un solo istante (cosa inevitabile dovendo lavorare), lei cambia la disposizione: dei mobili, dei quadri, delle piante… anche dei vicini. Io, prima, non li avevo dei vicini così rumorosi.

Una volta ha osato contestare che gli alberi di arance, quando non c’ero ancora io, facessero più frutti, costringendomi a comprare Kg e Kg di arance da mettere in un’enorme cesta di vimini per poterle dire:”Nina, guardi quante belle arance ho raccolto!”.
Poi ho scoperto che non erano gli alberi a non fare i frutti in mia presenza ma lei a raccoglierli, senza dire niente, in mia assenza.

Fine prima parte (ha citofonato Nina).

IN BARBA AGLI UOMINI SENZA BARBA

Il siciliano ha tutti i difetti degli italiani ma solo più accentuati.

Per un palermitano che dice di non conoscermi, c’è un romano che dice di avermi vista da qualche parte.
Così adesso dico di essere di Roma sud.

Ho sempre avuto un debole per i mori.
Non è solo una questione fisica. Avete mai visto un biondo simpatico?
Io, ad esempio, ho avuto solo fidanzati biondi affinché fosse chiaro sin da subito chi dovesse essere la simpatica della coppia.

I film hanno cercato di inculcarci l’idea che fare sesso in ascensore o in doccia sia altamente erotico. Sulla scomodità hanno taciuto tutti.

Per me, gli uomini senza barba sono esseri asessuati.
Se tu ti presenti senza barba, io arrivo senza tette.

Credo che Babbo Natale abbia un indirizzo simile a quello delle tasche del cappotto di mia zia, altrimenti non si spiega il perché delle mie lettere rinvenute in quelle tasche.

Al lavoro mi hanno detto: “Fallo tu che sei giovane, bella e senza figli!”. Che bello quando competenza e professionalità vengono riconosciute!

Le più grandi fregature della mia vita hanno avuto inizio con:”Tu che sei brava…”.
In questo caso la meritocrazia trova spazio.

Poiché spesso l’educazione viene scambiata per interesse, sappiate che la mia è semplice cortesia almeno fino a quando non scrivo un messaggio gentilissimo sulle mie tette e lo invio.

IMPREPARATI, PARTENZA, VIA!

Riprende a suonare la campanella che dà il via alle lezioni, anticipata, a dirla tutta, dalle innumerevoli notifiche su WhatsApp.
Il gruppo delle mamme ha ripreso la sua attività come un attivista islamico pronto a colpire.
Chi suo malgrado si trova lì in mezzo deve schivare colpi perché è una gara a chi la spara più grossa.

Ripartiamo da dove eravamo rimasti.
Proprio da lì perché in questi sei mesi, durante i quali si è detto tutto e il contrario di tutto, non ci si è spostati dalla posizione di partenza… nemmeno con le rotelle.

Mettiamo la mascherina, togliamo la mascherina, mettiamo la visiera, tagliamo i banchi, seghiamo le gambe ai bambini, decapitiamo gli insegnanti, mettiamo il plexiglas, mettiamo le rotelle, distanziamo i banchi di un metro o di due (così Marco della IV C si ritroverà nella V B, nel corridoio, in braccio al bidello o direttamente in bagno).

Impreparati eravamo e impreparati siamo rimasti.
Ma in fondo siamo a scuola, e si sa che gli studenti si riducono sempre all’ultimo giorno per svolgere i compiti per le vacanze. Vuoi che non lo faccia anche un ministro che ha a che fare con la scuola?!

È stata un’estate di caccia alle streghe, in cui le streghe sono state gli insegnanti (per carità! Conoscendone alcuni, come dargli torto?!); considerati parassiti che hanno continuato a percepire lo stipendio senza fare nulla (da non confondere con molti politici perché quelli sul conto hanno qualche zero in più).
Qualsiasi problema saltasse fuori, tutti insorgevano al motto di: “E allora le scuole chiuse?”.
Qualsiasi cosa venisse aperta, il problema rimaneva sempre e solo uno: LA SCUOLA CHIUSA.
Insomma, un vero e proprio bordello… chiuso ovviamente!
Riaprivano i negozi… “Però le scuole sono ancora chiuse”.
Riaprivano le palestre… “Però le scuole sono ancora chiuse”.
Riaprivano le discoteche… “Però le scuole sono ancora chiuse”.
Una volta, in autogrill, ho osato chiedere come mai ci fosse un solo bagno aperto e mi sono sentita rispondere: “E allora perché non aprono le scuole?”.

Capitolo sierologico e misurazione temperatura.
È stato chiesto agli insegnanti di sottoporsi gratuitamente a un test che, in quanto gratuito, ha la stessa attendibilità dell’oroscopo di Paolo Fox: lui ti dice una cosa e il tampone smentisce.
Io direi di arrivare direttamente al tampone senza passare da Paolo Fox.
I termo scanner invece cambiano idea ogni due minuti che manco una donna in piena crisi ormonale o Clemente Mastella in cerca di partito.
Il minuto prima hai 39,5 e il minuto dopo 34,8… sei morto ma ancora non lo sai.

I genitori, a loro volta, avranno il compito di misurare la temperatura ai propri figli, a casa, poi li spediranno a scuola ugualmente al motto di: “Non ce né Coviddi!”

Capitolo aule e personale.
Solo adesso si sono accorti che le aule sono affollate come un ufficio postale il giorno delle pensioni o come il Billionaire ad agosto ma senza Briatore e soprattutto senza soldi.
Ai dirigenti scolastici è stato demandato il compito di moltiplicare i banchi e i docenti.
Ah Gesù! Col pane e i pesci era più facile però! Provaci tu, adesso, se ci riesci!

Per evitare assembramenti si entrerà da ingressi differenziati: portone principale, porta secondaria, palestra, chi si calerà dal tetto, chi sfonderà una parete e chi arriverà direttamente in classe con il teletrasporto.
Per quanto riguarda la differenziazione oraria, chi arrivava in ritardo prima potrebbe rischiare di arrivare in orario ora ma dubito, fortemente

Capitolo igiene.
Fino a marzo, la pulizia delle classi prevedeva uno sputo sul banco e un colpo di straccio sul pavimento. Nella migliore delle ipotesi, l’acqua dal secchio veniva sostituita a fine ciclo di studi: la mettevano quando entravi in prima elementare e la sostituivano il giorno della tua laurea.
Gli studenti studiavano la peste di Manzoni non sui libri ma direttamente sui banchi.
Ora invece tutto sarà uno strato di amuchina e di quei germi non rimarrà traccia…forse.

Capitolo mascherina.
La scuola che fino a ieri non aveva nemmeno la carta igienica, adesso avrà a disposizione mascherina per tutti.
Quindi finalmente ci si potrà pulire il sedere ma con la mascherina.

Capitolo docente/studente fragile.
Su questo non dirò nulla perché erano talmente fragili che mi si sono già rotte.

Buon anno scolastico a tutti!

DOVREBBERO FARCI UN FILM!

Questa cosa del “Ne usciremo migliori” a me non aveva mai convinto. Io sono peggiorata anche come pizzaiola.

Considerando quello che succede, soprattutto nelle discoteche italiane, questo coronavirus ha lasciato impresse due cose: la scritta “poltrone sofà” sul culo e le battute delle serie tv nella mente.

Quando succede qualcosa di strano e la raccontiamo a un amico questo dice:”Dovrebbero farci un film!”.
Poi c’è l’amico che invece ha manie di protagonismo attoriale e dice:”Mi è successa una cosa assurda. Dovrebbero farci un film!”.
E io me li immagino tutti quelli ai quali succedono cose assurde che la domenica mattina bussano alla porta di Tornatore e gli dicono:”Ascolta cosa mi è successo! Dovresti farci un film!”.
Ed è per questo che sono parecchi anni che Tornatore non fa un film, perché da quella domenica mattina, in cui il primo ha bussato alla sua porta, non ha ancora smesso di ascoltare storie.

Ho sempre guardato con sospetto i gatti, dai tempi di Allan Poe. Anche i galli a dir la verità, da quando uno mi rincorse per quindici gradini e poi lo trovai stecchito a terra. È una storia talmente assurda che potrei raccontarla ad Allan Poe, se non fosse morto, o a Tornatore, se non avesse la fila di gente da quella domenica mattina.

Ci sono canzoni con un testo sbagliato per colpa dell’autore. “Non amarmi perché vivo all’ombra…”, avrebbe dovuto essere “Non amarmi perché vivo a Londra…” e non credo nei rapporti a distanza.
Qualcuno dovrebbe dirlo ad Aleandro Baldi.

Quando rileggo quello che ho scritto penso al tempo che avrei potuto impiegare meglio.

NON TUTTO HA SENSO

Non credo mai abbastanza nelle mie idee.
“Partiamo dal presupposto che sposarci sarebbe un’enorme cazzata e che il matrimonio invecchia”.
Avevo esordito così.
Poi ci siamo sposati.

Non è che le donne hanno sempre ragione. È che gli uomini hanno meno resistenza.

Se dici di essere avvocato, ci sarà sempre qualcuno nel raggio d’azione di 2 metri che avrà un problema da sottoporti.

Ho fatto il classico, giurisprudenza e tifo Inter. Non venirmi a dire che non sappia cosa sia la sofferenza.

Ci sono persone che devono primeggiare soprattutto quando dici di avere un problema. Loro ne avranno almeno dieci in più.

Ho osteggiato talmente tanto il matrimonio che quando arriverà chiederò al fotografo di utilizzare molti filtri perché non voglio mi si riconosca.

Ammiro molto le coppie che stanno insieme da molti anni. Ci vuole bravura a non farsi scoprire.

Avevo un fidanzato fissato con i sacchetti della spazzatura. Eh no! Non era Accorsi che li comprava per seppellire cadaveri.
Sperperava il suo denaro senza problemi ma quando era il momento di utilizzare uno di quei sacchetti grandi e neri diceva: “Ma tu lo sai quanto costano?”.
Ma quanto costano ‘sti sacchetti?

Una volta sono arrivata un’ora prima del volo in aeroporto. Per la precisione, un’ora e un giorno prima.

Quelli che dicono “Se tornassi indietro, rifarei le stesse cose”, non li capisco.
Io tornerei indietro anche per non comprare lo yogurt che è scaduto in frigo.

Quando pubblichi una foto e ti chiedono “dov’è?”. Nel 50% dei casi è già scritto. Nel restante 50% non lo hai scritto perché non avevi voglia di dirlo.

Vivo in Sicilia e devo ancora incontrare uno che parla come Montalbano.

INCANTESIMO SICILIANO

Ho dovuto dare più giustificazioni a chi in questi anni mi ha chiesto:”Perché parli così? Non sei siciliana!”, che a mia madre in tutta la vita.
Ho sempre cercato risposte credibili a questa domanda ma non ne ho mai trovate.

Da 0 a 1 anno parlavo come un uomo che ha ragione.
Fino a 9 anni avevo la cadenza di Totò Cascio nel film “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore.
Dai 9 anni in su ho iniziato a parlare milanese come la bambina del film “Incantesimo napoletano” di Luca Miniero e Paolo Genovese.
A 24 anni, mentre tutti andavano a Londra ad imparare l’inglese, lavando piatti e pentole (quindi tornavano che parevano Mastrota poliglotta), mi sono trasferita a Milano per perfezionare la lingua.
E cosa succede?
Succede che con tutti quei: siciliani, calabresi e pugliesi che sono andati a vivere in Lombardia per lavare piatti e pentole direttamente a Giorgio Mastrota, mi sono confusa talmente tanto che adesso parlo come una che ha caricato la lavastoviglie a casa di Stefano Accorsi.
(Per chi non avesse letto i post precedenti, sappiate che Accorsi ha la lavastoviglie perché è lì che nasconde i cadaveri).
Quindi adesso, quando qualcuno mi chiede:”Perché parli così?”, rispondo con quella che mi sembra l’unica spiegazione plausibile: “Ho ingoiato Stefano Accorsi”.

IO E LA GIULIA

Se c’è una cosa che ho capito dalle storie d’amore è che tutti hanno una ex di nome Giulia. O almeno tutti i miei ex.

C’è stata la Giulia di Milano, la Giulia di Roma e la Giulia di Palermo.

Insomma, fidanzato che hai , Giulia che trovi.

Ormai quando conosco qualcuno, non gli chiedo “Di dove sei?” ma “Come si chiama la tua ex?”.
Se si chiama Giulia, allora è probabile che avremo una storia, se si chiama: Clara, Martina, Luisa…allora nulla da fare.

Per non parlare di quando incontro qualcuno fidanzato con Giulia. Guardo quella poverina pensando che dopo toccherà a me e mi sento in colpa.

E pensare che da piccola avrei desiderato chiamarmi Giulia e invece sono solo quellachearrivadopoGiulia.