Dieci regole per dimenticare

Charlie Chaplin diceva che:”Ci vuole un minuto per notare una persona speciale, un’ora per apprezzarla, un giorno per volerle bene, tutta una vita per dimenticarla”.

Quindi, a meno che voi non siate gatti, con la possibilità di rifarvi con le altre sei vite, o Pamela Prati alla quale basta smettere di inventare l’uomo perfetto (cosa che fanno tutte le mogli dopo il sì) siete fottuti.

“Se mi lasci ti cancello” titolava un noto film del 2004 con Jim Carrey e Kate Winslet.

È possile?

Che cosa fare?

Il consiglio più inflazionato e inutile che possiate sentirvi dire sarà: “Non pensarci!”. Facile, no?! “Col cazzo!” sarà la risposta altrettanto inflazionata ma utile che vi troverete a dare.

E allora andiamo sul web alla ricerca di quei bei decaloghi fatti di regole, sulla cosa fare e sulla cosa da non fare, che garantiscono miracoli con la stessa possibilità di successo che ha il nostro corpo di modellarsi spalmando contemporaneamente Somatoline sul culo e Nutella sul pane, che ha la piattaforma Rousseau di cambiare le sorti del Governo, che ha un uomo di vedersi riconosciuta la ragione da una donna, che ha il Papa di rimanere chiuso in ascensore (ah no! Questo è successo veramente).

Ecco il decalogo:

1) Non pensarci (l’evergreen. L’Al Bano delle sofferenze amorose. Quando vi accorgerete che non funziona, urlerete come lui davanti all’ennesimo scosciamento della Lecciso).

2) Bloccalo/a sui social (salvo poi crearti, dopo due soli minuti, un account fake per ritornare a seguirlo/a). Abbiate almeno il buon senso di non scegliere come foto profilo un modello da copertina, luccicante d’olio come una patatina del McDonald’s, quello con lo sguardo tenebroso ma che in realtà ha gli occhi socchiusi perché sta cercando di decifrare l’estratto conto, quello con la bocca socchiusa che pare gli abbiamo aperto qualcos’altro (sempre dopo la lettura del saldo)…perché sarete beccati al primo like. Donne, voi potete scegliere un culo qualsiasi, non si faranno problemi ad accettarvi tra le loro amicizie.

3) Non incontrarlo. A meno che non vogliate: rinchiudervi in qualche convento, fare compagnia al Papa emerito (che per sicurezza non prende l’ascensore ma fa le scale), andare alla Leopolda (non è Renzi quello che volete dimenticare, giusto?!)…lo incontrerete nel giorno in cui sarete meno presentabili di Cristiano Malgioglio dopo un mese all’Isola dei Famosi o di Salvini dopo una serata al Papeete o di Berlusconi dopo essersi fatto bello.

Ve lo ritroverete ovunque. Accendendo la radio, aprendo la borsa (sarà lì con tutti gli accendini persi da quando avete iniziato a fumare), alzando la tavoletta del water (magari dopo aver preso consapevolezza che si tratta di uno stronzo)…

4) Liberati di ciò che ti ricorda lui/lei. Se non siete Dio che si è rotto il cazzo del mondo e decide di eliminare tutto e tutti, la vedo dura. Già v’immagino prendere a sprangate l’insegna del ristorante dove vi ha portato la prima volta, staccare gli specchietti da tutte le auto dello stesso colore di quella dell’innominabile (per noi donne, le macchine si distinguono per colore, e basta), imbavagliare la vicina di ombrellone che chiama ininterrottamente, il figlio “Ermenegildo”. “Ermenegildo, non correre!”, “Ermenegildo non fare il bagno ché hai mangiato!”, “Ermenegildooooooooooo”… Perché se fino a quel momento, e prima di LUI, non avevate mai sentito quel nome, adesso non udirete che quello e solo quello. Tutti questi Ermenegildo, dove stavano nascosti? Ci sarà stato, di certo, un gruppo di Ermenegildo anonimi che hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto proprio adesso.

Per il resto, sorvoliamo sulla Vuitton, le Louboutin o le Jimmy Choo che ci ha regalato perché i bei momenti vanno ricordati.

5) Circondati dei tuoi familiari.

6) Fai sport.

7) Segui una dieta.

Adesso qualcuno mi spieghi questi tre punti! Non stiamo già soffrendo abbastanza? La nostra vita non è ancora al livello “maiunagioia” pro? Evitiamo: parenti, dieta e sport come si evitano i canditi a Natale e dovremmo ricorrere a tutto ciò proprio adesso?! Siamo tristi, non coglioni!

8)Ubriacati.

9)Ubriacati.

10)Ubriacati.

Sbronza passata? Siete riusciti a non pensarci per una frazione di secondo? Niente male! Siete sulla buona strada, anche se le Louboutin non sono poi così comode.

Adesso fate un bel respiro. Ricordatevi che passerà e che ve ne renderete conto quando vi ritroverete nuovamente al punto uno, nel tentativo di dimenticane un altro.

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IL PRANZO DELLA DOMENICA

Un proverbio cinese dice che mangiare sia uno dei quattro scopi della vita.

Un proverbio italiano dice che i primi tre scopi della vita, del proverbio cinese, ce li siamo mangiati.

 

Perché, diciamoci la verità! Ciò che unisce noi italiani è il CIBO.

Le storie d’amore nascono con: “Ti porto a cena fuori”, e finiscono con: “Ti porto dal dietologo!”.

Cominciano davanti a una carbonara e finiscono fissando un brodino.

La tomba dell’amore non è il matrimonio (che comincia con sfarzosi banchetti) è l’inizio della dieta della moglie.

Gli uomini sono talmente comprensivi che passano sopra anche al fatto che la moglie non gliela dia più, ma la pasta, quella, la moglie gliela deve dare.

 

Si tratta però di un problema tutto italiano.

Gli americani, ad esempio, si danno appuntamento per un caffè (che fa, tra le altre cose, cagare). Noi al caffè ci arriviamo quando ci stiamo già sul cazzo.

 

Gli inglesi, sorseggiano thè che, invece, noi beviamo quando siamo costretti, dopo un’intera giornata trascorsa sul wc a espellere, a occhio e croce, il caffè americano.

 

E i cinesi? Ma voi avete mai visto un cinese grasso? È tutto al vapoLe.

Questi non cagano, evaporano.

 

Stesso discorso vale per i giapponesi.

La loro cucina è tutta un riso amaro. “Buono il sushi” ma dopo dieci minuti evapora insieme ai cinesi. Così ti ritrovi a cercare il primo ristorante aperto, di quelli che trasudano grasso sin dall’insegna, con la stessa disperazione di un grillino che cerca affannosamente un accordo col PD. E una volta trovato, dopo aver invocato tutti i santi, ma non il cuore Immacolato di Maria, ti fai andar bene anche la solita minestra.

 

Ma ritorniamo in Italia e soprattutto al sud Italia.

 

Da buona siciliana, vi dico che ciò che ha sempre unito la mia famiglia, sono stati i pranzi della domenica, dalla nonna.

Di quelli che mentre fai colazione e vorresti solamente sentire l’odore del cappuccino, ti guardi a destra e a sinistra per capire se accanto a te ci sono un kebabbaro o uno stigghialoru (e credetemi! Non è una piacevole sensazione) e invece è tua nonna che prepara: polpette, pasta al forno e frigge ciò che gli capita a tiro (chissà che fine ha fatto mio nonno), nel raggio di poche centinaia di migliaia di chilometri da casa tua.

Questi pranzi avevano inizio dopo che io e le mie cugine tornavamo dal catechismo.

(Lasciatemi fare una breve parentesi. Il catechismo la domenica mattina, dopo un’intera settimana trascorsa sui banchi di scuola e soprattutto dopo che anche Dio aveva scelto di riposarsi la domenica era, non solo una contraddizione in termini ma una messa alla prova circa la conoscenza dei nomi di tutti i santi).

Dovevi mangiare tutto ma proprio tutto.

Le portate si alternavano una dietro l’altra, come capigruppo di partito da Mattarella. Anche la tua faccia era come quella di Mattarella: attonita.

Il galateo e gli orientali (che abbiamo capito che non mangiano per non cagare) prevedono che ci si alzi da tavola con un leggero languorino.

Il galateo della nonna prevede che se ci si alza da tavola senza essere pieni come il culo del tacchino, non si rientra nell’asse ereditario.

A fine pranzo, durato quanto tutte le stagioni di Games of Thrones (e ci siamo capiti su quale sia il “thrones” dopo questo pranzo), esci da casa che sembri un merluzzo scappato da un fritto di paranza.

E così la domenica finiva con te svaccata sul divano e il tuo apparato digerente che continuava a lavorare senza sosta come un cinese (oh, stanno sempre in mezzo), intimandoti di ricorrere ai sindacati.

 

Al sud, quindi, se vuoi dimagrire, devi fare la dieta dissociata: ti devi dissociare dalla nonna!

Qualsiasi problema tu abbia, qualsiasi malessere tu avverta…DEVI MANGIARE!

Stai male? È debolezza, mangia!

Stai male per intossicazione alimentare? Mangia perché hai vomitato e sei debole.

Sei a Dieta? Mangia che ti passa!

Sei Dio? Dopo tutto quello che hai creato, sei sciupato, mangia!

NON LASCIATE ALCUN MESSAGGIO VOI CH’ENTRATE!

L’uomo sarà anche andato sulla luna ma il suo territorio di conquista sono i social. Per essere più precisi, la parte più nascosta dei social: i messaggi privati.

Ogni volta che ti si illumina il telefono, ti si spegne la speranza nel genere umano.

Tu pensi di aprire un semplice messaggio e invece ti ritrovi catapultato in un universo parallelo, dove il virtuale lascia il posto al paranormale.

Nemmeno Alberto Angela ha ancora avuto il coraggio di spingersi oltre i confini del “visualizzato, schedato, segnalato e bloccato”.

I messaggi privati racchiudono più patologie di un centro d’igiene mentale, più segreti del ragù della nonna, più pettegolezzi di un giornale di Signorini, più maledizioni (se non rispondi) della tomba di Tutankhamon.

Tralasciando gli sms che manco mia nonna, quella del ragù, ormai utilizza; nonostante le compagnie telefoniche continuino a offrirli (“100 sms dal lunedì al sabato e 500 la domenica perché col ragù sono la morte sua”) così come una milf appena mollata, in piena crisi ormonale, tonica come una mozzarella di bufala, si offre durante la settimana della moda a Milano…e tralasciando whatsapp perché tu gli hai dato il numero e chi è causa del suo mal, pianga se stesso…

Il vero pianeta non sufficientemente esplorato è quello della messaggistica social.

Capitolo a parte merita Telegram, la democrazia cristiana dei messaggi.

Si colloca tra i due mondi, per non fare un torto a nessuno. È simile a whatsapp perché serve il numero di telefono per essere disturbato ma è anche simile a messenger, ai direct di instagram…perché puoi ricevere rotture di coglioni sulla base del nickname.

Così capita che mentre sei tranquillo per i fatti tuoi, hai bloccato tutti i gruppi e tutti i contatti, talmente “bloccato” che ti sembra di stare sul grande raccordo anulare all’orario di punta… ti arriva su telegram questo messaggio: “Ti ho trovata!”. Ti sale la stessa ansia di quando tua madre ti beccava a nascondere i cocci del vaso sotto il tappeto; di quando il professore faceva il tuo nome il giorno delle interrogazioni e tu non avevi studiato perché stavi ancora a mettere insieme i cocci con la speranza, nel frattempo, che ti chiamasse Magalli per farti vincere il vaso cinese; di quando dai il tuo smartphone per far vedere una foto e ti passano in rassegna pure quelle della prima comunione (le uniche dove non sei, con la bocca a culo di gallina, a farti i selfie in bagno)…

Ti senti impotente come Rocco Siffredi a fine carriera, messo a nudo come Cicciolina durante una scena senza dialogo…

So di un certo Messina Denaro che rispose con: “Minchia! Mi truvaru!” e di uno che si affidò ai “pizzini” ma fu trovato lo stesso. Questa però è un’altra storia.

Torniamo ai messaggi social.

Se è vero che l’uomo continua a inviare sonde senza equipaggio su Marte, è anche vero che continua a inviare minchiate senza senso o minchie senza speranza (secondo il tipo d’interesse) in privato.

Molti di questi messaggi (NON TUTTI) sono più inopportuni di un brufolo al primo appuntamento, più invadenti di una visita dal ginecologo o dal proctologo, sono fatti della stessa sostanza dei dialoghi di un film di Cicciolina: di nulla.

Il più delle volte, sono fatti di manine che ti salutano e ti chiedi: “Ma Antonio Di Pietro che fine ha fatto?

“Di dove sei?”. E magari tra le informazioni hai addirittura inserito il nome della clinica in cui sei nata e tutte le città in cui hai, via via, vissuto che manco il giro d’Italia è così dettagliato.

“Che fai?”, “Quando vai in ferie?”, “Hai finito di lavorare?”… e il dubbio che possa celarsi, dietro l’account di un surfista australiano, il tuo datore di lavoro inizia a farsi concreta.

“Sei fidanzata?”. In questo caso hai due ipotesi: dire “no”, consapevole che la probabilità di veder finire questa conversazione è pari a quella di vedere l’ultima puntata di Beautiful; o dire “sì”. I più temerari continueranno (quelli nati negli anni ’80 a salire, solo dopo aver fatto la battuta “ma io non sono geloso”), gli altri desisteranno. Poi ci sono io che ho anche la terza opzione: “Sono siciliana”, e allora spariscono come quel tale beccato su telegram.

Vorrei però sfatare una leggenda metropolitana. Io non ho mai ricevuto un messaggio porno (non iniziate proprio adesso).

A volte, non capisco se è una tecnica per rimorchiare o mi avete scambiata per un ufficio di collocamento.

Io ricevo proposte di lavoro (più o meno, soprattutto meno, plausibili) e richieste di raccomandazioni per far parte del mondo dello spettacolo.

Adesso dico a te, proprio a te che mi hai scritto dicendomi che vorresti fare l’attore e di aiutarti.

Caro ragazzo, io ho partecipato solo alle riprese della mia prima comunione, in cui eravamo tutti vestiti di bianco e non sono nemmeno tanto sicura di essere io quella inquadrata, posso parlare al massimo col sagrestano e col prete, magari con un’Ave Maria e un Padre Nostro riusciamo a fare il miracolo.

Se non è social, non esiste!

L’ho letto su internet”. “Guarda su internet!”. “C’è su internet?”.

Come se internet fosse il marchio di garanzia dell’autenticità e veridicità di tutto quello che viene: scritto, mostrato, ostentato.

Da quando c’è internet è cambiato anche il mio modo di vedere e credere nelle cose.

Quando mi succede qualcosa di bello e stento a crederci, mentre prima mi davo un pizzicotto per capire se fosse vero o se stesi sognando, adesso premo il tasto home e vado su Instagram. Se c’è una foto o una storia a testimoniare l’evento, allora è accaduto, se non c’è nessuna traccia virtuale, il reale non esiste.

Una domenica dimenticai di postare il pranzo di mia nonna e tornai a casa digiuna, nonostante le duecento portate.

Anche la mia vita privata è messa a dura prova a causa dei social, e non perché il mio fidanzato trascorra il suo tempo a mettere like a culi che parlano citando Alda Merini ma perché lui non ha alcun account.

A volte, mi viene anche il dubbio che lui non esista.

Come fa a esistere un uomo che non tocca tutti i miei pixel?

Devi stare attento a tutto quello che scrivi, perché verba volant ma screenshot manent.

E se è vero che tu sei libero di scrivere quello che ti pare, è altrettanto vero che gli altri si sentiranno altrettanto legittimati a dire ciò che tu volevi: scrivere, pensare, provare, baciare, lettera o testamento.

A quel punto hai due possibilità.

La prima. Porti avanti le tue idee contro tutto e tutti, rischiando di trovare l’appoggio di quei quattro o cinque che la pensano come te, fino a quando non ti ritrovi a fare il segretario del PD.

La seconda. Inizi a dubitare che quello che hai scritto non sia vero.

Tua nonna non ti ha invitato a pranzo.

Il tuo fidanzato non esiste.

Il tuo film preferito è una cagata.

Finisci addirittura col credere che sia vero quello che dicono gli altri e non quello che scrivi tu.

Una volta, riportai una frase sulle sofferenze amorose, semplicemente perché mi piaceva. Apriti cielo!

Fui inondata di messaggi di gente che esprimeva tutta la propria solidarietà perché aveva passato quello che avevo passato io. Chi glielo diceva che l’ultima cosa che avevo passato io, quanto più vicina possibile alla sofferenza, fosse lo straccio in cucina con trentacinque gradi?

E così mi sono dovuta calare nella parte.

Ho ascoltato le canzoni di Adele fino allo struggimento. I vicini di casa mi guardavano con aria compassionevole. Inizia a non mangiare e a non dormire. Fui eletta membro onorario dei cuori infranti. Donna disperata dell’anno. Pensai di lasciare il mio fidanzato perché mi impediva di essere credibile agli occhi della gente che nemmeno mi vedeva.

Cercai di spiegargli che il nostro non era un amore a distanza perché abitavamo nella stessa casa e che lui mi amava. Avevo, purtroppo, scritto il contrario su internet, quindi era vero quello che avevo scritto.

Allora scrissi di essere morta. Tutti espressero il loro cordoglio, anche mia madre ed io inizio a non sentirmi più tanto bene.

SE SUDI TI DO IL RESTO

Se è vero che tra le prime parole che pronunciamo vi è, senza alcun dubbio “mamma”; è anche vero che tra le prime frasi che sentiamo, oltre all’evergreen: “Mangia!”, “Studia!”, “Riordina!”, vi è: “Non correre altrimenti SUDI!”.

Le mamme sanno qualcosa a proposito del sudore che agli altri non è dato sapere. E’ come se al momento del parto, fosse fatta loro una rivelazione: “Tu donna, partorirai con dolore e dovrai tenere i tuoi figli lontani dal sudore!”. Ovviamente, questo discorso non fu fatto alle mamme di quelli che prendono i mezzi pubblici o ti si siedono accanto in ufficio, dal medico, alla posta.

Dopo: peste, colera, varicella, morbillo…sembra che il sudore sia una delle maggiori cause di preoccupazione delle mamme italiane.

La mia, una volta arrivò a dirmi: “Se vai a fare la sauna, non sudare!”; che sarebbe come ordinare a uno che va a mignotte di non trombare, a un politico di non rubare, a un arbitro di non favorire la Juve…e a me di non generalizzare. Ricordo, comunque, che quel giorno sudai per lo sforzo di non sudare.

“Vieni qua e fammi vedere se sei sudata!”, suonava come una condanna a morte. Ci avvicinavamo come Maria Antonietta alla ghigliottina, come un alunno impreparato all’esame di maturità, come il PD alle consultazioni elettorali…

E se per caso scorgeva una goccia di sudore sulla nostra fronte o sui nostri vestiti, allora ci toccava correre ancora di più perché lei ci placcava da destra, la zia da sinistra, la nonna da sopra e la vicina di casa da sotto.

Non era infanzia quella! Erano allenamenti per diventare campioni di rugby.

“Se sudi, lo dico a tuo padre!” era l’extrema ratio, l’ultimo intimidatorio avviso.

I papà, meglio noti come “dillo a tua madre”, che nell’educazione dei figli, durante i primi anni, contano quanto l’Italia durante il G8, sono fatti passare, agli occhi dei loro pargoli, come il Padrino, il Samurai di “Suburra”, il mandante dei pestaggi a colpi di ciabatta, scopa e battipanni…

E mentre le mamme combattono questa efferata lotta contro il sudore, a nostre spese; non ci rimane che alzare maglietta bianca sudata, in segno di resa.

LE STRADE IN SICILIA SONO LASTRICATE DI CANTIERI

Noi siciliani siamo un popolo di sognatori, viaggiamo con la fantasia perché se dovessimo aspettare un treno, staremmo fermi per ore; se dovessimo aspettare un aereo, staremo fermi per anni e se dovessimo aspettare un ponte, staremmo fermi alle promesse elettorali.

Se Jack Kerouac avesse ambientato il suo “On the Road” in Sicilia, al decimo cantiere stradale (le autostrade sono quasi un miraggio) nel raggio di 30 km, avrebbe desistito e sarebbe tornato indietro.

Le strade, infatti, hanno più interruzioni di una dieta durante le festività. Altro che buone intenzioni! La strada per la Sicilia è lastricata di: restringimenti, cantieri, buche, avvallamenti…

“Amore, ti porto in Sicilia a vedere un cantiere”.

Le guide turistiche tra le bellezze siciliane da visitare elencano, insieme al Teatro Massimo, al Duomo di Catania, al Tempio di Segesta, al Teatro greco di Siracusa…opere iniziate e mai portate a termine, cantieri che risalgono alla dominazione arabo-normanna, cartelli che impongono un limite di velocità di 20 Km/h, per le condizioni dissestate dell’asfalto, che t’invogliano a spegnere la macchina, scendere, spingerla e raggirare l’autovelox.

I turisti scambiano i templi di Agrigento con i lavori per la realizzazione dell’aeroporto. Fotografano buche, deviazioni, guardrail fatiscenti…

E allora prendiamo il treno.

In Sicilia non ci sono treni! Ci sono reperti archeologici ancora funzionanti.

I siciliani che sperano di salire sul treno che passa una sola volta nella vita sono gatti o quelli che credono nella reincarnazione.

Noi non diciamo “treno in corsa”, noi utilizziamo l’espressione “treno a passo svelto”. Non parliamo di “coincidenze” ma di “botte di culo”.

Ho visto, a Trapani, una diciottenne salire in lacrime sul treno mentre salutava il proprio fidanzato e arrivare a Siracusa, trentenne, sposata e con 3 figli avuti da un uomo conosciuto durante il viaggio.

In questi giorni si è parlato di un treno superveloce, progettato dalla società californiana Hyperloop, che consentirebbe di percorrere Catania-Palermo in soli 10 minuti.

Magari al ministro Toninelli non interessa andare a Lione ma ha già prenotato le sue prossime vacanze in Sicilia (sempre che sappia dove si trova la Sicilia e sia a conoscenza che il ponte sullo stretto di Messina ha la stessa “visibilità” del tunnel del Brennero).

Noi siciliani che abbiamo nel DNA il vivere con lentezza, dopo che avranno abbattuto le 12 ore di viaggio per andare da Trapani a Siracusa (quasi la metà di Km che occorrono per recarsi da Roma a Milano che richiede un tempo di percorrenza di 3 ore) o le quasi 13 per spostarsi da Agrigento a Catania, col treno della sera, con tutto questo tempo recuperato che minchia facciamo? Ancora c’è tempo. Ci penseremo.

Nell’attesa di tempi veloci (non sappiamo se migliori), quando un forestiero viene in Sicilia piange due volte, una quando arriva, per colpa dei tempi biblici della velocità dei mezzi di trasporto, delle coincidenze, delle interruzioni, dei cantieri…e una quando se ne va, ci futteru u portafogghiu.

Intanto noi siciliani continuiamo a viaggiare, soprattutto tra i luoghi comuni.

SAN VALENTINO. C’È CHI PERDE L’AMORE, CHI SI SALVA SU NETFLIX

Si avvicina uno dei giorni più controversi dell’anno, quello che genera sentimenti di odio e amore più altalenanti di quelli di Catullo verso Lesbia: il giorno di San Valentino.

Anche se qualcuno cerca di farlo passare come un giorno qualsiasi, di cacciarlo come farebbe Salvini con un extracomunitario al semaforo, di evitarlo come la suocera la domenica, di non dargli alcuna rilevanza come alle dichiarazioni di Martina ai congressi del PD…non è un semplice giorno: è una lotta tra scapoli e ammogliati, tra cinici e romantici, tra resto del mondo e pakistani.

I più sdolcinati e accoppiati lo vedono come l’ennesima occasione per celebrare il proprio amore a suon di cuoricini, bacini, cioccolatini, “ini ini”… (salvo poi cambiare idea, come un grillino qualsiasi, una volta mollati per il belloccio di turno o per una taglia in più).
I single lo vedono, invece, come una colonscopia, una comparsa annunciata delle emorroidi, la bilancia dopo un’abbuffata…

Festeggiarlo o non festeggiarlo?
Come il Natale, l’Epifania, la Pasqua…anche San Valentino è una festa comandata (di solito dalla partner, però) e in quanto tale vige l’obbligo di onorarla con: mazzi di fiori, scatole di cioccolatini, cene a lume di candela.
Appurato che nessuno possa esimersi da tale ricorrenza, il giorno degli innamorati a un uomo costerà in media 80 euro. A un uomo che si dimentica di tale ricorrenza, possiamo scommetterci, costerà molto di più. Non a caso, stiamo festeggiando un martire che è stato torturato e poi decapitato e questo non è altro che un promemoria di ciò che potrebbe succedere ai più smemorati.
Come ci insegna la ministra Grillo, voi accoppiati potreste considerarlo come un “obbligo flessibile” e decidere liberamente, senza accorgervi della pistola puntata alla tempia, cosa fare. Miei cari, siete dei poveri illusi se avete creduto, anche per un solo istante, alle frasi: “L’importante è stare insieme, non serve festeggiare”, “E’ solo una festa consumistica, io ti amo tutto l’anno”, “Amore non mi interessa il regalo”… perché allo scoccare della mezzanotte del 15 febbraio, puntuale come un cambio della Guardia svizzera, la vostra partner sarà pronta a rinfacciarvi tutto quello che avete fatto sin dal momento in cui avete varcato il grembo materno.
E così, potreste ritrovarvi a festeggiare San Faustino mentre un tacco 12 vi colpirà alla testa e un: “Non sei romantico!”, “Non mi hai regalato nemmeno una rosa!”, “Una volta eri diverso!”, “Non mi ami più”… raggiungerà le vostre orecchie.
I più lungimiranti che hanno, invece, visto in quelle frasi un’imboscata e avvertito in lontananza la musica di “profondo rosso”… si sono già organizzati. Ed eccoli comprare fasci di rose rosse alla donna della propria vita ma anche alla propria moglie (questi sono coloro i quali hanno così tanto amore da dare che lo riversano su più donne contemporaneamente), simulare romanticismo con la stessa abilità con la quale un calciatore della Juventus simula un fallo nell’area di rigore avversaria, acquistare i famosi baci al cioccolato che per onestà intellettuale, dopo il matrimonio, dovrebbero contenere bigliettini con la scritta: “L’amore passa ma il mal di testa resta”, “L’amore è fatto di compromessi, oggi ha ragione la donna, domani ha torto l’uomo”, “Se pensi che l’amore duri poco è perché non hai ancora visto tuo marito a letto”…

E i single?
Non saranno un panino e un bicchiere di vino a darvi la felicità ma: una pizza, un divano e la vostra serie tv preferita su Netflix possono andarci vicino.
La vostra amica del cuore, vi avrà dato buca per festeggiare, a lume di smartphone, con il suo fidanzato, ma voi potrete vantarvi di aver trascorso una serata sul divano con: Brad Pitt, Bradley Cooper, Johnny Depp… e senza rotture di coglioni.
Se questo non è abbastanza, allora prenotate un viaggio per: l’India, la Malesia, l’Indonesia… Paesi nei quali la festa degli innamorati è vietata, messa al bando come un vegano il giorno del Ringraziamento.
Vi sentirete meno soli e nel posto giusto.
Non siete ancora soddisfatti e volete vendicarvi perché se la vostra vita sentimentale è un fallimento è colpa delle “amministrazioni precedenti”? Ecco cosa fa al caso vostro! Uno zoo di Fairset, in Inghilterra, Hamsley Conservation Centre, in occasione di San Valentino, a fronte di una donazione di una sterlina e cinquanta, darà il nome del vostro ex a una blatta (“adotta una blatta” era sembrato eccessivo anche agli organizzatori) e così potrete festeggiare soli ma vendicati.

Se a Natale con i tuoi e a Pasqua con chi vuoi, a San Valentino meglio soli che male accompagnati da una blatta.